«Di Pienza ce n’è una sola… ma di leggende ce ne sono mille…
Vede bon’omo, io sono anziano, ma le cose me le ricordo!»
Il vecchio era seduto al tavolino di un bar, nella piazza centrale del paese. Si stava sorseggiando un bicchierino di China Martini calda, con una scorza di limone dentro.
Mi guardava con occhi umidi, di un celeste antico. Forse si era perduto per un attimo nelle mie rosse iridi da demone, ma il liquore lo aiutò a scrollarsi di dosso la sensazione di disagio, così proseguì nel suo racconto.
«Insomma, vennero in sei, che di per se non è proprio un numero perfetto. In cinque sarebbero stati il “Palmo del Diavolo”, mentre uno in più li avrebbe consegnati alla leggenda con il nome di “i Sette Demoni di Tuskanya”. Invece erano solo sei…»
Si portò il bicchiere alla bocca e ne tracannò il contenuto. Poi ne ordinò un altro al barista…
«In paese successe il finimondo. La gente urlava, i bambini piangevano, e a guardar con attenzione le chiome degli alberi, ci si rese conto che anche gli uccelli erano fuggiti. Camminavano per le vie con un andamento claudicante, tenendo alto il loro simbolo blasfemo: un Fiasco di Chianti.
Poi si videro scomparire in una grotta, come risucchiati dalla terra. Qualcuno pensò che erano tornati nelle loro magioni, i remoti inferi del sottosuolo. Poi invece la terra li risputò fuori, in sembianze che portarono alla pazzia molti dei miei paesani.
A sera se ne andarono sulle loro autovetture, carri di ferro che qualcuno giurò assomigliassero a draghi con le ruote. Per fortuna non si rividero più!»
Il vecchio buttò giù anche la seconda China e si alzò.
Prima di andarsene mi chiese:
«Per quale motivo li sta cercando?»
Lo guardai e si pentì subito di avermi fatto quella domanda. Per un attimo tornò sobrio, mentre gli rispondevo:
«Tutte le anime dannate devono fare penitenza, prima o poi…»
Lui distolse lo sguardo e se ne andò al bancone ad ordinare un’altra China.
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